Mantova – Palazzo Ducale e Castello di San Giorgio – Leggende e misteri

Il Castello di San Giorgio, che dà il benvenuto dal ponte situato su uno dei tre laghi che circondano Mantova, sembra l’ingresso di un paesaggio da favola, in una città che pare sospesa nel tempo. E, come tutte le località fiabesche, attrae a sé una serie di curiosità storiche e, naturalmente, di leggende e misteri.

I primi Signori di Mantova furono i Bonacolsi, spodestati dai Gonzaga nel 1328, che resteranno alla guida della città per 400 anni. L’ultimo dei Bonacolsi, Rinaldo, morì dissanguato durante la rivolta capeggiata dalla famiglia Gonzaga. Soprannominato Passerino, per la statura minuta e la figura esile, si narra che il suo corpo fu mummificato ed esposto per secoli all’interno del Palazzo Ducale.

Proprio all’ingresso dello sfarzoso palazzo, che vanta un’estensione di circa 34.000 mq, si trova la “galleria del Passerino”. In questo corridoio lungo circa 65 metri, era appunto esposta la mummia di Rinaldo Bonacolsi, quasi come messo a protezione di chi viveva nel palazzo ed era alla guida della città.

L’ultima duchessa di Mantova, Susanna Enrichetta di Lorena, seconda moglie di Ferdinando Carlo di Gonzaga, forse stanca di questo inusuale e macabro “soprammobile”, decise di disfarsi della mummia, facendola gettare nelle acque del lago. Fu così che si avverò la profezia di una maga dell’epoca, che previde grande sventura da parte di chiunque si fosse sbarazzato della mummia. Infatti, pochi anni dopo, nel 1708, i Gonzaga persero definitivamente il ducato di Mantova.

Invece Anna Isabella di Guastalla, prima moglie di Ferdinando Carlo di Gonzaga-Nevers, ultimo duca di Mantova, abitò il Palazzo, tra il XVII e il XVIII secolo. In una delle stanze di Isabella, denominata “cappella della Guastalla”, si trova un affresco a dir poco singolare, le cui origini sono tuttora sconosciute: un Cristo biondo.

Proseguendo il nostro percorso in un intrico infinito di stanze, c’imbatteremo nell’appartamento Ducale che venne ristrutturato da Antonio Maria Viani, su commissione del Duca Vincenzo Gonzaga. Vincenzo, instancabile libertino, dopo l’annullamento del matrimonio con Margherita Farnese, fu sottoposto, in vista delle nuove nozze con Eleonora de’ Medici, a un singolare esame. Visto che l’annullamento del precedente matrimonio era dovuto alla mancanza di eredi, fu messa in discussione la sua virilità e quindi fu istituito un vero e proprio tribunale che controllasse le sue “doti amatorie” nel corso di un incontro con una vergine.

La leggenda narra che ci vollero ben tre incontri prima di poter testimoniare il corretto funzionamento del nobile membro, in quanto, durante il primo incontro, il giovane, appesantito dal troppo cibo, si addormentò, nel secondo incontro fu intimorito dai numerosi testimoni e finalmente al terzo tentativo riuscì nell’ardua impresa.

È proprio sul soffitto di questo appartamento che si trova un curioso labirinto, nel quale si rincorre la stessa frase: “Forse che sì forse che no”. A cornice del labirinto un’altra scritta: “Mentre sotto la roca di Canissa combatteva contro i Turchi Vincenzo Gonzaga, quarto duca di Mantova e secondo del Monferrato…” E la frase termina così, come fosse sospesa.

Che l’interno del labirinto sia la risposta sull’esito della battaglia? (Forse vinceremo o forse no.) Oppure c’è un collegamento con un graffito di epoca medievale ritrovato in un quartiere ebraico di Toledo, contenuto all’interno di una spirale, con la scritta “puede que si”? Difficile dirlo ora, ma il simbolo del labirinto, nel quale si entra facilmente, ma da cui molto difficilmente si esce, ben  s’addiceva allo spirito inquieto del Duca Vincenzo.

D’Annunzio, nel corso di una visita a Palazzo Ducale, rimase talmente affascinato da questo labirinto da farne il titolo di un suo libro: “Forse che sì, forse che no”.

Altro particolare curioso di Palazzo Ducale è il suo giardino sospeso, costruzione cinquecentesca che si trova a ben 12 metri di altezza dal suolo, sostenuto da volte.

Tanti furono i pittori famosi che prestarono la loro opera presso questa nobile dimora, ma tra questi forse vince per originalità Andrea Mantegna, firmando la sua opera nella Camera degli Sposi con ben due presunti autoritratti: uno posto come mascherone nel fregio decorativo in cornice sulla cosiddetta Parete dell’Incontro;

l’altro, secondo alcuni, si scorge come profilo tra le nubi nell’oculo sulla volta della Camera degli Sposi.

Ai giorni nostri è quasi entrato ormai nel linguaggio comune il termine pareidolia, un’illusione ottica subcosciente, che tende a ricondurre oggetti o profili dalla forma casuale a forme note. Già allora qualche pittore si divertiva a creare questi effetti illusori nei propri quadri, come in quello situato in una delle stanze del palazzo, raffigurante la famiglia ducale in adorazione della Trinità (dipinto di Rubens). Guardando da lontano questo dipinto, pare che il pellicciotto posto a fregio della manica di un personaggio del quadro (vestito di scuro sulla sinistra della foto) assuma la forma di un muso scimmiesco.

Anche il Castello di San Giorgio di Mantova, come tutti i castelli che si rispettano, ha un fantasma, che si aggira nei suoi lunghi corridoi.

La leggenda narra che Agnese Visconti, figlia di Bernabò Visconti, sposatasi a soli 14 anni col  coetaneo Francesco Gonzaga, fu fatta decapitare dal marito per un presunto tradimento con il Cavaliere Antonio da Scandiano. Così, con sommaria sentenza, lei fu decapitata e lui fu impiccato e la loro sepoltura avvenne in terreno sconsacrato, davanti al Palazzo Ducale, dove ora è posta una targa in ricordo dell’evento.

Da allora pare che il fantasma della giovane si aggiri ancora nel castello e numerosi sono i testimoni che giurano di aver udito nella piazza il lamento di Agnese. Altri ancora sono convinti di aver visto delle flebili luci provenire dal castello e dal Palazzo Ducale. Sebbene la testimonianza dei guardiani di questi luoghi smentisca la natura esoterica di questi episodi luminosi, ci piace pensare che sia il fantasma di Agnese a salutare chi alza gli occhi verso queste dimore, accendendo qualche lucina.

di Eva Rebecchi

foto di Eva Rebecchi e William Facchinetti Kerdudo

Si ringrazia  Anna Gaeta per la bibliografia e le informazioni storiche

Luogo: Mantova (MN)

Regione: Lombardia